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EDIÇÃO 9 30 de abril de 2004
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DECAMERON, DE BOCCACCIO

Profª Gilda Korff Dieguez
Coordenadora do jornal Rede de Letras
Professora titular da Universidade Estácio de Sá, com doutorado em Ciência da Literatura

 

O VALE DAS MULHERES - CONTO

Este conto ("Conclusão" da "Sexta Jornada") é uma das narrativas feita pelos jovens de Decameron. Aproveitando-se da distração do Rei Dioneu e dos rapazes, Elisa e suas companheiras divertem-se em um ameno vale. Este conto reflete a sensualidade serena, mas intensa, de Boccaccio, que é buscada pelos humanistas na harmonia entre o homem e a natureza: basta que se observe a descrição do banho. Na canção de Elisa, Boccaccio nos mostra a poesia já marcada pelas concepções do "stilnovo". Os contos de Decameron trazem instantâneos do mundo em crise, onde as pessoas estão assoladas pelo medo e as dúvidas, voltando um olhar satírico para o passado e afirmando a índole libertária no convívio social.

Era ancora il sol molto alto, per ciò che il ragionamento era stato brieve; per che, essendosi Dioneo con gli altri giovani messo a giucare a tavole, Elissa, chiamate l'altre donne da una parte, disse:

- Poi che noi fummo qui, ho io disiderato di menarvi in parte assai vicina di questo luogo, dove io non credo che mai fosse alcuna di voi, e chiamavisi la Valle delle donne, né ancora vidi tempo da potervi quivi menare, se non oggi, sì è alto ancora il sole; e per ciò, se di venirvi vi piace, io non dubito punto che, quando vi sarete, non siate contentissime d'esservi state.

Le donne risposono che erano apparecchiate; e chiamata una delle lor fanti, senza farne alcuna cosa sentire à giovani, si misero in via; né guari più d'un miglio furono andate, che alla Valle delle donne pervennero. Dentro alla quale per una via assai stretta, dall'una delle parti della quale correva un chiarissimo fiumicello, entrarono, e viderla tanto bella e tanto dilettevole, e spezialmente in quel tempo che era il caldo grande, quanto più si potesse divisare. E secondo che alcuna di loro poi mi ridisse, il piano che nella valle era, così era ritondo come se a sesta fosse stato fatto, quantunque artificio della natura e non manual paresse; ed era di giro poco più che un mezzo miglio, intorniato di sei montagnette di non troppa altezza, e in su la sommità di ciascuna si vedeva un palagio quasi in forma fatto d'un bel castelletto. Le piaggie delle quali montagnette così digradando giù verso '1 piano discendevano, come né teatri veggiamo dalla lor sommità i gradi infino all'infimo venire successivamente ordinati, sempre ristrignendo il cerchio loro.

Ed erano queste piaggie, quante alla plaga del mezzogiorno ne riguardavano, tutte di vigne, d'ulivi, di mandorli, di ciriegi, di fichi e d'altre maniere assai d'alberi fruttiferi piene, senza spanna perdersene. Quelle le quali il carro di tramontana guardava, tutte eran boschetti di querciuoli, di frassini e d'altri alberi verdissimi e ritti quanto più esser poteano. Il piano appresso, senza aver più entrate che quella donde le donne venute v'erano, era pieno d'abeti, di cipressi, d'allori e d'alcuni pini sì ben composti e sì bene ordinati, come se qualunque è di ciò il migliore artefice gli avesse piantati; e fra essi poco sole o niente, allora che egli era alto, entrava infino al suolo, il quale era tutto un prato d'erba minutissima e piena di fiori porporini e d'altri.

E oltre a questo, quel che non meno che altro di diletto porgeva, era un fiumicello, il qual d'una delle valli, che due di quelle montagnette dividea, cadeva giù per balzi di pietra viva, e cadendo faceva un romore ad udire assai dilettevole, e sprizzando pareva da lungi ariento vivo che d'alcuna cosa premuta minutamente sprizzasse; e come giù al piccol pian pervenia così quivi in un bel canaletto raccolta infino al mezzo del piano velocissima discorreva, e ivi faceva un picciol laghetto quale talvolta per modo di vivaio fanno né lor giardini i cittadini che di ciò hanno destro. Ed era questo laghetto non più profondo che sia una statura d'uomo infino al petto lunga, e senza avere in sé mistura alcuna, chiarissimo il suo fondo mostrava esser duna minutissima ghiaia, la qual tutta, chi altro non avesse avuto a fare, avrebbe, volendo, potuta annoverare. Nè solamente nell'acqua riguardando vi si vedeva il fondo, ma tanto pesce in qua e in là andar discorrendo, che oltre al diletto era una maraviglia. Nè da altra ripa era chiuso che dal suolo del prato, tanto d'intorno a quel più bello, quanto più dello umido sentiva di quello. L'acqua, la quale alla sua capacità soprabbondava, un altro canaletto riceveva, per lo qual fuori del valloncello uscendo alle parti più basse sen correva.

In questo adunque venute le giovani donne, poi che per tutto riguardato ebbero e molto commendato il luogo, essendo il caldo grande e vedendosi il pelaghetto chiaro davanti e senza alcun sospetto d'esser vedute, diliberaron di volersi bagnare. E comandato alla lor fante che sopra la via per la quale quivi s'entrava dimorasse, e guardasse se alcun venisse, e loro il facesse sentire tutte e sette si spogliarono ed entrarono in esso, il quale non altrimenti li lor corpi candidi nascondeva, che farebbe una vermiglia rosa un sottil vetro. Le quali essendo in quello, né per ciò niuna turbazion d'acqua nascendone, cominciarono come potevano ad andare in qua in là di dietro à pesci, i quali male avevan dove nascondersi, e a volerne con esso le mani pigliare.

E poi che in così fatta festa, avendone presi alcuni, dimorate furono alquanto, uscite di quello, si rivestirono, e senza poter più commendare il luogo che commendato l'avessero, parendo lor tempo da dover tornar verso casa, con soave passo, molto della bellezza del luogo parlando, in cammino si misero. E al palagio giunte ad assai buona ora, ancora quivi trovarono i giovani giucando dove lasciati gli aveano. Alli quali Pampinea ridendo disse:

- Oggi vi pure abbiam noi ingannati.

- E come? - disse Dioneo - cominciate voi prima a far de'fatti che a dir delle parole?

Disse Pampinea:

- Signor nostro, sì - ; e distesamente gli narrò donde venivano, e come era fatto il luogo, e quanto di quivi distante, e ciò che fatto avevano.

Il re, udendo contare la bellezza del luogo, disideroso di vederlo, prestamente fece comandar la cena; la qual poi che con assai piacer di tutti fu fornita, li tre giovani colli lor famigliari, lasciate le donne, se n'andarono a questa valle, e ogni cosa considerata, non essendovene alcuno di loro stato mai più, quella per una delle belle cose del mondo lodarono. E poi che bagnati si furono e rivestiti, per ciò che troppo tardi si faceva, se ne tornarono a casa, dove trovarono le donne che facevano una carola ad un verso che facea la Fiammetta, e con loro, fornita la carola, entrati in ragionamenti della Valle delle donne, assai di bene e di lode ne dissero.

Per la qual cosa il re, fattosi venire il siniscalco, gli comandò che la seguente mattina là facesse che fosse apparecchiato, e portatovi alcun letto, se alcun volesse o dormire o giacersi di meriggiana. Appresso questo, fatto venire de'lumi e vino e confetti, e alquanto riconfortatisi, comandò che ogn'uomo fosse in sul ballare. E avendo per suo volere Panfilo una danza presa, il re rivoltatosi verso Elissa le disse piacevolmente:

- Bella giovane, tu mi facesti oggi onore della corona, e io il voglio questa sera a te fare della canzone; e per ciò una fa che ne dichi qual più ti piace.

A cui Elissa sorridendo rispose che volentieri, e con soave voce cominciò in cotal guisa:

Amor, s'io posso uscir de'tuoi artigli,
appena creder posso
che alcun altro uncin più mai mi pigli.
Io entrai giovinetta en la tua guerra,
quella credendo somma e dolce pace,
e ciascuna mia arme posi in terra,
come sicuro chi si fida face
tu, disleal tiranno, aspro e rapace,
tosto mi fosti addosso
con le tue armi e co'crude'roncigli.
Poi, circundata delle tue catene,
a quel, che nacque per la morte mia,
piena d'amare lagrime e di pene
presa mi desti, e hammi in sua balia;
ed è sì cruda la sua signoria,
che giammai non l'ha mosso
sospir né pianto alcun che m'assottigli.
Li prieghi miei tutti glien porta il vento,
nullo n'ascolta né ne vuole udire;
per che ogn'ora cresce '1 mio tormento,
onde 'l viver m'è noia, né so morire.
Deh dolgati, signor, del mio languire,
fa tu quel ch'io non posso;
dalmi legato dentro à tuoi vincigli.
Se questo far non vuogli, almeno sciogli,
i legami annodati da speranza.
Deh! io ti priego, signor, che tu vogli;
ché, se tu 'l fai, ancor porto fidanza
di tornar bella qual fu mia usanza,
e il dolor rimosso,
di bianchi fiori ornarmi e di vermigli.

Poi che con un sospiro assai pietoso Elissa ebbe alla sua canzon fatta fine, ancor che tutti si maravigliasser di tali parole, niuno per ciò ve n'ebbe che potesse avvisare chi di così cantar le fosse stato cagione. Ma il re, che in buona tempera era, fatto chiamar Tindaro, gli comandò che fuor traesse la sua cornamusa, al suono della quale esso fece fare molte . danze. Ma, essendo già buona parte di notte passata, a ciascun disse ch'andasse a dormire.

O sol ainda estava bem alto, porque a conversação tinha sido breve. Por isso, logo que Dioneu e os outros rapazes se puseram a jogar gamão, Elisa chamou de parte as donzelas e lhes disse:

"Desde que chegamos aqui eu tenho desejado levá-las a um lugar muito perto de onde estamos e aonde até agora não creio que nenhuma de nós tenha ido: chama-se Vale das mulheres. Até hoje, quando o sol ainda vai alto, nunca tinha achado tempo de levá-las até lá. Assim, se quiserem vir comigo, não tenho a menor dúvida de que, ao chegar lá, todas ficarão contentíssimas de ter ido". Responderam as donzelas que estavam prontas e, chamando uma das criadas, sem nada dizer aos rapazes, puseram-se a caminho.

Não andaram mais de milha e chegaram ao Vale das Mulheres. Nele entraram por uma passagem muito estreita, onde corria um límpido regato, nascido em um dos extremos. Viram que o vale era o mais lindo e aprazível que se pudesse conceber, especialmente naquele tempo de calor forte. E, segundo uma delas me contou depois, a planície formada pelo vale era redonda como se traçada com compasso, embora não parecesse obra de mãos humanas, e sim da natureza. Tinha um raio de pouco mais de meia milha e era rodeada de seis outeiros, não muito elevados, e no alto de cada qual se enxergava um palácio feito quase em forma de castelinho gracioso. As encostas das colinas desciam para a planície como degraus de anfiteatro, que vemos descer de alto a baixo em sucessão ordenada, sempre estreitando o circuito.

Dessas encostas, as voltadas para o meio-dia estavam cobertas de vinhedos, olivais, amendoeiras, cerejeiras, figueiras e muitas outras espécies de árvores frutíferas carregadas, sem um palmo de chão vazio. As encostas voltadas para a tramontana tinham matas de carvalhais, de freixos e de outras árvores muito verdejantes aprumadíssimas. A planície vizinha, que não tinha entradas além daquela por onde passaram as donzelas, estava cheia de abetos, de ciprestes, de louros e de alguns pinheiros tão bem distribuídos e arrumados quanto poderia dispor o melhor artífice. Ali, pouco ou nada de sol, mesmo a pino, podia chegar ao chão, que era uma relva miudinha, cheia de flores vermelhas e outras mais.

Outra coisa, além disso, não causava menor deleite: era um riacho que, de um dos vales separados pelas montanhas, despencava por boqueirões de pedra viva e ao cair fazia rumor muito agradável. Seus borrifos de longe pareciam azougue miúdo que se desprendesse de coisa apertada. Ao cair na pequena planície, por ela corria rápida até o meio, onde formava uma pequenina lagoa, como nos jardins fazem para viveiro os que têm habilidade. Não era essa lagoa mais profunda que a altura de um homem, medida até o peito. Nele nada havia de impureza e seu fundo límpido mostrava ser de cascalho miúdo que alguém que se dispusesse poderia contar. Nem se enxergava somente o fundo das águas, mas também tantos peixes a percorrê-las cá e lá que, além de dar prazer, causavam admiração. Nenhuma outra margem cercava a lagoa além do relvado, que ali em volta era ainda mais belo por desfrutar da umidade. As águas que transbordavam do lago alimentavam um pequeno canal e por ele saíam, vale abaixo.

Entretanto chegaram as donzelas, contemplaram tudo e enalteceram o lugar. Depois, por ser grande o calor, olharam para a lagoa límpida e amena, e, sem receio de serem vistas, resolveram banhar-se. Mandaram à criada que ficasse no caminho de entrada, espiasse e as avisasse, se viesse alguém. Depois, as sete donzelas se despiram e entraram no lago, que tanto podia esconder seus corpos quanto um cristal esconderia uma rosa. Nem por estarem no lago se turvavam as águas e elas se puseram a ir cá e lá atrás dos peixes, que mal sabiam onde esconder-se, e a tentar apanhá-los nas mãos. Depois de assim brincarem por algum tempo e de apanhar alguns peixes, saíram dali e se vestiram, sem encontrar mais palavras para enaltecer aquelas paragens. Por lhes parecer hora de terem de voltar à casa, enquanto iam conversando sobre a beleza do lugar, puseram-se a caminho com passo sossegado.

Chegaram cedo ao palácio e lá encontraram os rapazes ainda jogando, como haviam ficado. Pampinéia, rindo, lhes disse: "Hoje afinal nós logramos vocês".

"Ora, como?", disse Dioneu. "Então vocês primeiro fazem e depois dizem?"

"Sim, senhor", respondeu Pampinéia e lhe contou por miúdo donde vinham, como era o lugar, quanto distava dali e o que haviam feito.

O rei, ouvindo descrever a beleza do lugar e desejoso de vê-lo, logo mandou servir a ceia. Logo que esta terminou, estando todos satisfeitos, os três jovens e seus criados, afastando-se das donzelas, foram até o vale e, depois de tudo contemplar, pois nenhum antes havia lá estado, louvaram o lugar como uma das belezas do mundo.

Banharam-se e tornaram a vestir-se e, por se fazer muito tarde, voltaram à casa, onde encontraram as donzelas a dançar uma ciranda cantada por Fiammetta. Acabaram de dançar com elas e entraram a falar do Vale das Mulheres, com palavras de muito agrado e louvor. Por isso o rei, fazendo chamar o mordomo, mandou-lhe que lá, na manhã seguinte, preparasse tudo quanto fosse preciso, levando alguns leitos para quem quisesse dormir ou fazer a sesta. Depois, fez trazer archotes, vinho e confeitos e, depois de restaurarem um tanto as forças, mandou que todos se dessem a bailar. Logo que Panfilo, por vontade própria, iniciou uma dança, o rei voltou-se para Elisa e disse-lhe amavelmente: "Linda donzela, tu hoje me honraste, dando-me a coroa, e eu quero honrar-te esta noite, convidando-te a cantar uma canção. Canta, pois, a que mais te agradar". Elisa respondeu-lhe sorrindo que com gosto o faria e assim se pôs a cantar:

Amor, se eu escapar às tuas garras
Não creio que jamais
voltarei a cair noutras amarras.
Criança ainda entrei em tua guerra,
tomando-a por suprema e doce paz;
as armas, ao te ver, depus em terra
pois armas, quem confia já não traz.
Mas tu, duro tirano, cruel, falaz,
com garrotes fatais
outrora me prendeste e inda me agarras.
Tu me entregaste atada em tuas correntes
a quem nasceu para me dar a morte;
verti debalde lágrimas dolentes:
dele depende agora minha sorte
sem que nada lhe importe
o clamor de meus ais,
lançou-me em cárcere de fortes barras.
Todos os rogos meus, leva-os o vento;
minhas queixas, ninguém quer acolher
e vai assim crescendo meu tormento
detesto a vida, mas não sei morrer.
Ai, prende, Amor, quem só me faz sofrer!
Tem compaixão, que já não posso mais:
Prende-o a mim, já que não me desamarras.
Se sem isso quiseres, oh!, desprende
deste meu peito os laços da esperança
Esta súplica ao menos, pois, atende:
Voltem a mim beleza e confiança;
Cessem meus sofrimentos sem tardança
E ornamentos florais
Brancos, rubros, de gala me dêem arras.

Elisa terminou a canção com um suspiro cheio de dó e embora todos se admirassem de tais palavras, ninguém conseguiu atinar quem lhe daria motivo de cantar assim. Mas o rei, que estava de bom gênio, fez chamar Tíndaro e mandou-o trazer a gaita de foles, a cujo som conduziu muitas danças. E tendo-se passado já boa parte da noite, disse a todos que fossem dormir.

(Tradução de Pedro Garcez Ghirardi)

Leia os textos e artigos sobre o Decameron nos seguintes sites:

Em português:

http://www.dobrasdaleitura.com/contopop/index.html
http://www.letras.ufrj.br/litcult/revista_mulheres/volume9/giselle.html
http://www.fardopalha.com/Romancistas/Bocacio1.htm

Em italiano:

http://www.liberliber.it/biblioteca/b/boccaccio/decameron/html/
http://www.crs4.it/Letteratura/Decamerone/Decamerone.html
http://www.classicitaliani.it/index051.htm

Em inglês:

http://www.brown.edu/Departments/Italian_Studies/dweb/dweb.shtml
http://www.fordham.edu/halsall/source/boccacio2.html
http://www.boisestate.edu/courses/hy309/docs/decameron/decameron.html
http://www.sfu.ca/~finley/decaguide.html

Em espanhol:

http://www.bivir.com/bvdecame.htm

Em francês:

http://til.scu.uniroma1.it/dynaweb/tildoc/tilcan/boccaccio/decameron

Em alemão:

http://gutenberg.spiegel.de/klabund/decamero/decamero.htm